Il mio viaggio verso Ovest

Perché continuiamo a ricadere anche quando stiamo cambiando

Non so esattamente quando sia iniziato il mio viaggio verso Ovest.
Non è stata una decisione presa a tavolino, con una data precisa sul calendario. 
È stato più un accumulo di momenti: quelle sere in cui, dopo aver fatto "tutto giusto" per settimane, mi ritrovavo di nuovo dentro un vecchio schema. 
Come se qualcuno dentro di me avesse rimesso il nastro all'inizio senza chiedermi il permesso. 
Mi sono sempre chiesto perché le persone notino di più le ricadute piuttosto che i progressi. 
Perché, dopo dieci passi avanti, l'attenzione si incolla su quel singolo passo indietro, come se cancellasse tutto il resto. Perché una serata "storta" può far dimenticare settimane di pratica, disciplina, cura di sé. 
All'inizio pensavo fosse solo un problema mio. Poi ho iniziato a vederlo ovunque. 
Lo vedo nella persona che ha smesso di fumare e, dopo una sigaretta in un momento di stress, dice: "Ho rovinato tutto". Lo vedo in chi sta lavorando su di sé da mesi, poi esplode una volta e conclude: "Non sono cambiato per niente". Lo vedo in chi cambia alimentazione per sentirsi meglio, e dopo una settimana di attenzione si massacra di senso di colpa per una pizza in più. 
È come se il cervello prendesse una lente d'ingrandimento e la puntasse solo sui momenti in cui "non sei all'altezza", mentre tutto il resto finisce sullo sfondo. 
Per anni, la risposta che sentivo era sempre la stessa: 
"Ti manca forza di volontà." 
"Se lo volessi davvero, non ricadresti." 
Oppure la versione olistica-new age: "Te lo sei attirato tu". 
Ho creduto a questa storia per molto tempo. 
Ci ho costruito sopra sensi di colpa, piani di miglioramento, liste di cose da fare per essere "più disciplinato". 
A un certo punto della mia vita, però, questa spiegazione ha smesso di bastarmi. Non perché la volontà non conti, ma perché non spiegava davvero cosa succede quando una persona fa progressi reali… e poi, all'improvviso, si ritrova di nuovo nel suo vecchio schema. 
È lì che è iniziato davvero il mio viaggio verso Ovest. 
Non verso un luogo geografico, ma verso una parte di me che non conoscevo bene: quella che mi riportava indietro, proprio mentre stavo andando avanti.
Ho cominciato a farmi una domanda diversa: che cosa sta succedendo davvero dentro di me quando ricado? Perché, se ho visto che un modo di vivere mi fa stare meglio, una parte di me insiste a riportarmi dove stavo peggio? 
Ho ripreso in mano tutto il mio percorso di crescita personale, la PNL, il lavoro sulle parti, la trasformazione interiore. Ma questa volta ho aggiunto un pezzo: ho iniziato a guardare a come funziona la mente quando cambiamo, quando impariamo, quando torniamo indietro. Ho cominciato a collegare ciò che vedevo nei percorsi di coaching con quello che la ricerca racconta su come il cervello registra successi, errori, nuove abitudini e vecchi automatismi. 
Quello che ho scoperto è semplice e scomodo allo stesso tempo. Non è che sei "difettoso", è che il tuo sistema è programmato per dare molto più peso a ciò che non va rispetto a ciò che funziona. Dentro di te c'è una specie di radar sempre acceso, che intercetta il minimo segnale di rischio, di errore, di possibile fallimento, e lo illumina con un faro. 
I momenti in cui ce la fai passano, quelli in cui cadi restano impressi molto più a lungo. 
Questo aveva senso in un mondo in cui sbagliare significava mettere a rischio la sopravvivenza. Se confondevi una bacca velenosa con una commestibile, non avevi una seconda possibilità. 
Il sistema interno ha imparato a tenere a mente soprattutto ciò che poteva farti del male, non ciò che ti faceva stare bene. 
Oggi, però, questo stesso meccanismo rischia di trasformarsi in una trappola: ti fa credere che una ricaduta annulli tutto il percorso, ti fa dire "non ho fatto alcun progresso" anche quando, oggettivamente, ne hai fatti molti. 
Ogni tentativo di cambiamento diventa una specie di esame: basta un voto basso per farti strappare via tutto il quaderno. 
E mentre dentro di noi accade questo, fuori non va molto meglio. 
Viviamo in un periodo storico in cui ci siamo abituati a scegliere il "meno peggio" invece del meglio. 
Ci facciamo andare bene relazioni tiepide, lavori che non ci nutrono, livelli di energia e presenza molto sotto le nostre possibilità, soltanto perché "tanto è così per tutti" o per quieto vivere. 
È come se il nostro standard collettivo si fosse abbassato un po' alla volta, finché la normalità è diventata una media molto bassa di qualità di vita. 
Non alziamo più la mano per dire "questo per me non va bene", ci adeguiamo al flusso e speriamo che almeno non peggiori. C'è un altro pezzo che non possiamo ignorare. 
Da una parte, siamo inondati di messaggi su "segui la tua felicità", "sii la versione migliore di te". 
Dall'altra, abbiamo normalizzato il lamento cronico e la ricerca di colpevoli. 
È molto più accettabile dire "è colpa del sistema", "è questo Paese", "è il periodo storico", piuttosto che guardare in faccia quanto ci stiamo impegnando davvero, dentro ciò che possiamo controllare. Il contesto conta, eccome. 
Ma se lo usiamo solo per giustificare il fatto che non muoviamo nemmeno un passo, quel contesto diventa una gabbia ben arredata. 
A volte mi sembra che abbiamo trasformato le scuse in una sorta di valuta sociale. Ci si capisce al volo quando si dice "eh, sai com'è…", ci si consola a vicenda, ci si dà ragione. È umano, ma ha un prezzo altissimo: più alleniamo la capacità di giustificarci, meno alleniamo la capacità di scegliere. 
E senza scelte concrete, la crescita personale resta solo una bella frase scritta sotto un post motivazionale.
Quando metti insieme tutto questo – un sistema interno che guarda soprattutto ciò che non va, una società che invita ad accontentarsi e una cultura che premia la lamentela più dell'impegno – diventa facile capire perché molte persone mollano. 
Non vedono i passi avanti, vedono solo la fatica e le ricadute. Non sentono più il diritto di chiedere di meglio, per sé e per gli altri. Piano piano, si convincono che "sono fatti così" e che l'unica cosa possibile è sopravvivere al minimo sindacale. 
Per me, uscire da questo quadro ha significato cambiare domanda. Ho smesso di fermarmi a spiegazioni generiche su forza di volontà, "vero desiderio", legge di attrazione o frasi fatte tipo "se è successo, doveva succedere". 
Ho iniziato a chiedermi: cosa sta cercando di fare, in buona fede, la mia mente quando mi riporta nel vecchio schema? Perché registra così forte la caduta e così in piccolo il progresso? E soprattutto: come posso usare questa conoscenza per smettere di colpevolizzarmi e iniziare a collaborare con il mio sistema invece di combatterlo? 
Ho scoperto che, quando provi a cambiare, dentro di te non c'è un unico "te" lineare. Ci sono almeno due forze che si muovono insieme: una parte che vuole andare verso il nuovo e una parte che ti riporta al vecchio perché lì sa come muoversi, anche se non è il posto migliore per te. 
Non è solo psicologia astratta: sono abitudini, strade interne percorse migliaia di volte, che in condizioni di stanchezza, stress o paura risultano ancora le più facili da prendere. 
Quando mangi qualcosa che sai che ti farà stare male, quando mandi un messaggio che sai che riaprirà una ferita, quando procrastini su qualcosa che per te conta davvero… non è che sei stupido o debole. 
È che una parte di te sta usando una vecchia soluzione per darti un sollievo veloce: un po' di piacere, un po' di evitamento, un po' di apparente sicurezza in più. 
Il problema è che questa soluzione a breve termine ti sabota sul lungo periodo. 
Questo articolo nasce da qui: dall'idea che non sei il tuo ultimo errore e che le ricadute non sono la prova che "non sei cambiato", ma momenti in cui il vecchio sistema cerca di riprendere il comando. 
Per me, "viaggio verso Ovest" significa proprio questo: smettere di inseguire solo il personaggio ideale di me stesso e iniziare a conoscere bene anche quella parte che ha paura, che resiste, che si aggrappa al conosciuto. In questo primo tratto del viaggio mi interessa soprattutto farti sentire questo: non sei sbagliato perché ricadi. 

C'è una logica, c'è una storia, c'è un sistema che sta solo facendo il meglio che può con le istruzioni che ha ricevuto finora. Possiamo aggiornarle, ma prima dobbiamo smettere di raccontarci che tutto si riduce alla forza di volontà o al "se davvero lo volessi, sarebbe già fatto". 
Nelle prossime tappe del mio viaggio verso Ovest andremo un po' più a fondo. Nella parte successiva entreremo dentro quei momenti di ricaduta: cosa succede davvero, passo dopo passo, dentro di te quando torni in un vecchio schema, e perché certe "cadute" arrivano proprio quando sembra che tu stia andando meglio. Più avanti vedremo come iniziare ad allenare la mente a registrare anche i progressi, non solo gli errori, in modo da uscire dalla trappola dell'autosabotaggio e del "tanto finisce sempre allo stesso modo". 

Per ora ti lascio con un'immagine: il viaggio verso Ovest non è la fuga da ciò che sei, ma il cammino verso una versione di te che sa guardare in faccia le proprie ricadute senza confonderle con una condanna. 
Nella prossima tappa, ci entreremo dentro insieme. ​

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